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Storia di Brindisi

Inserito il : 14/02/2007
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La vita familiare....Ieri : raccontata dai "bisnonni"

Famiglia riunita

Le Abitazioni
Le abitazioni erano molto modeste: in cucina c’era un camino più o meno grande e i fornelli si alimentavano col carbone.
Nelle famiglie meno abbienti, spesso, si mangiava tutti in un unico piatto.
Gli ambienti erano umidi e freddi, anche i letti erano freddi e per riscaldarli era d’uso comune utilizzare “la monica”: un recipiente di terra cotta con dentro della brace, distanziato dalle lenzuola con un’apposita intelaiatura di legno. Prima di coricarsi la mamma lo passava di letto in letto, per rendere l’ingresso sotto le coltri il più confortevole possibile.
Nelle case “basse”, quelle a piano terra, non c’era il bagno e ci si serviva di una “comune”, locale, utilizzato da più unità familiari, ubicato solitamente nel cortile.
Al mattino presto passava un carro “la caratizza”, dove venivano svuotati i “comodi”.
I panni lavati venivano adagiati in un bucatoio di creta, “quaturu”, la biancheria poi veniva coperta da un panno sistemato alla sommità del capace contenitore di creta, su questo si sistemava della cenere e, di seguito, si versava acqua bollente che, naturalmente, penetrava nella biancheria (detersivo ante litteram) e si lasciava riposare per tutta la notte. La mattina dopo si sciacquava tutto il bucato, con acqua corrente, in ultimo si sciorinava tutto al sole.
La fatica veniva completata da mamme e sorelle con la stiratura, servendosi di un antesignano ferro da stiro che si “caricava”, dall’alto, col carbone.

La vita familiare
I nuclei familiari erano quasi tutti abbastanza numerosi.
La civiltà contadina brindisina era in gran parte legata alle condizioni atmosferiche e quando, causa il maltempo, specialmente in inverno, era impossibile lavorare, gli uomini non si sottraevano a compiere lavori di manutenzione per la casa, mentre le donne, dopo le faccende domestiche, tessevano e filavano.
La sera ci si ritrovava di fronte al camino o intorno al braciere a raccontare storie di vita vissuta e fiabe popolari per i più piccini.
La Domenica, giorno di festa consacrato al Signore, si andava tutti quanti in Chiesa.
I periodi festivi (Natale e Pasqua) si attendevano con molta impazienza. Per le donne era un’occasione per indossare vestiti nuovi ed uscire per farsi ammirare e gli uomini avevano finalmente l’opportunità per incontrare e scambiarsi sguardi furtivi con le ragazze.
A pranzo le tavole erano ben imbandite e sul desco compariva la carne e non mancavano i dolci, caratteristici e tradizionali, rigorosamente approntati in casa secondo vecchie e “segrete” ricette.L'Arcivescovo benedice la folla durante la processione del Corpus Domini o Cavallo parato.
La festa folkloristica per antonomasia era la “Mellonata a mare” di Ferragosto organizzata sulle spiagge brindisine dal mai troppo compianto “Papa Pascalinu” Camassa. Anche in questo caso si mangiava abbondantemente “alla brindisina”; “il clou” della festa si consumava attorno all’albero della cuccagna; poi, a sera, si concludeva il tutto con canti e balli... era il famoso “cuncirtinu a mari”.
Col medesimo entusiasmo si attendeva la festa patronale di San Teodoro. Le luminarie e soprattutto le bancarelle costituivano un’occasione veramente unica per fare quegli acquisti che si erano rimandati per un anno intero. I piatti, i lampadari, la trappola per topi, la spiritiera, la grattaformaggio, il macinino del caffè e le posate nuove finalmente non erano più un desiderio, ma erano una realtà che “arricchiva” la casa di quegli indispensabili oggetti. Durante la processione, mentre San Teodoro a cavallo dominava tutti dalla sua altezza e l’Arcivescovo benediceva le ali di folla che facevano cornice al sacro corteo, tutti, ma proprio tutti, indossavano, ben stirato, l’abito della festa. Dopo il “pontificale” tutti a casa, sgranocchiando e gustando pezzi di torrone o la più nostrana “cupeta”, insieme alle immancabili “nuceddi”. I festeggiamenti del Santo Patrono si svolgevano durante la prima settimana di settembre; faceva ancora caldo ed era una vera goduria ammirare gli artistici fuochi artificiali, giù al porto, accarezzati da quella inconfondibile brezza marina che a Brindisi non manca mai.
E parlando di processioni, un’altra occasione di grande festa religiosa era data dal Corpus Domini o “Cavallo parato”. Il rito, molto singolare, risale al lontanissimo 1248, quando Luigi IX, cattolico Re di Francia, si recò in Terra Santa, per la difesa del Sepolcro di Gesù insediato dai musulmani. Egli, per l’occasione, portò con sè l’Ostia consacrata. Sconfitto e fatto prigioniero dal Saladino, gli fu fatta richiesta, per riottenere la libertà, del pegno della sacra Particola, quale prezzo del riscatto di ben 30.000 scudi che egli non aveva.
Il Sultano, convinto che Luigi IX non sarebbe venuto meno all’impegno di riscattare l’Ostia con i 30.000 scudi d’argento lo lasciò libero, per adempiere a quel gravoso obbligo.
Il Re francese fece vela verso Brindisi e si rivolse a Federico II di Svevia che fece coniare dalla Zecca brindisina le trentamila monete d’argento, recanti sul recto un tabernacolo con l’Ostia e, sul verso, lo stemma con l’aquila sveva.
Luigi IX tornò in Terra Santa col prezzo del riscatto, ma il Saladino, ammirato dall’incrollabile fede di quell’uomo, rifiutò le preziose monete e restituì l’Ostia Consacrata e la libertà ai soldati francesi.
Sulle acque del ritorno, la nave di “San” Luigi IX si arenò nelle secche di Torre Cavallo, lì l’Arcivescovo Monsignor Pietro Paparone, ottantenne, accompagnato dal popolo e dal clero, in groppa ad un cavallo bianco, andò a rilevare il SS. Sacramento.
Luigi IX restituì le monete, avute in prestito, a Federico II e questi le pose in circolazione nel Regno e, per essere tornata, tale moneta prese il nome di “tornese” (moneta ritornata), termine che usano ancora i nostri anziani, “li turnisi”, per indicare i soldi.
A questo straordinario evento è ancora collegata la processione del “Corpus Domini” o “cavallo parato”, radicatissima nel popolo brindisino, che evoca non un evento folkloristico, ma un accadimento storico e devozionale di notevole fascino.
Tale ricorrenza, solitamente festeggiata nei primi dieci giorni di giugno, segnava le fine della Scuola e per giovani e le loro famiglie un estate da vivere sugli indimenticati lidi di Santa Apollinare, Lido della Pineta e Fiume grande.

Il lavoro
Quella brindisina era un’economia prevalentemente agricola, per questo quasi tutti lavoravano nei campi per coltivare la terra.Vendemmiatori verso lo stabilimento vinicolo.
Si lavorava molto a forza di braccia, usando: zappa (davvero indispensabile), forbici per potare, forconi, falci, falcetti e il celeberrimo “vomere” da far tirare da un bue, o da un cavallo atto ad arare e dissodare la terra.
L’altra attività che assorbiva i brindisini era quella della pesca.
Il pescatore, col suo nucleo familiare, sempre numeroso, popolava l’antico rione “Sciabiche”, posto proprio di fronte alle acque del porto interno. Sulla banchina metri e metri di reti che, dopo la lavatura, si ponevano al sole per farle asciugare per poi procedere alla rammendatura, per eliminare gli strappi.
Durante il periodo del raccolto (mietitura e vendemmia) il lavoro aumentava e in città giungevano, dalla provincia di Lecce, operai stagionali (poppidi) che, per risparmiare dormivano a terra per le strade (“sobbr’all’Animi”) o negli stessi campi, o sotto una precaria tettoia nel cortile di uno stabilimento vinicolo. Mangiavano solo pane, peperoni, uva e meloni.

Un vecchio sarto nella sua bottega

La scuola
Le classi, di qualsiasi ordine e grado, sempre numerose, erano quasi sempre divise in maschi e femmine.
Gli alunni indossavano un grembiule di colore nero, con un fiocco azzurro sotto un colletto inamidato bianco, quello delle alunne era bianco con un fiocco rosa al collo; sulla parte destra del petto l’indicazione, in numero romano della classe frequentata, bianco per i maschi, rosso per le femminucce. Scuola Materna-Elementare Costanzo Ciano anno scolastico 1948/49
Maestre e maestri erano severissimi, usavano spesso la bacchetta con cui colpivano le mani degli alunni impreparati o indisciplinati.
Ogni mattina procedevano all’ispezione delle unghie, dovevano essere pulite e perfettamente tagliate, i capelli corti e ben pettinati; l’attenzione in classe doveva essere sempre al massimo e prima di cominciare le lezioni si recitava la preghiera, guardando il Crocifisso che si trovava sul muro al di sopra della cattedra.
Accadeva che talvolta nell’aula entrasse un altro insegnante o il Direttore, qui la reazione degli aunni doveva essere pronta e immediata: ci si alzava di scatto in piedi ponendosi sull’attenti, quindi, in coro, si rispondeva al saluto.
La cartella, che doveva essere sempre in ordine, era di cartone pressato o di fibra dura, dentro c’erano poche cose: due quaderni, uno a righi e l’altro a quadretti, il libro di lettura, il sussidiario e in un astuccio di tavola la penna, la matita, il temperamatite ed una serie di pennini.
Per scrivere s’ intingeva la penna nel calamaio situato in un apposito buco ricavato nel banco di legno, a due posti.
Tornati a casa, dopo una mattinata che oggi si direbbe stressante, i ragazzi, appena dopo mangiato, si dedicavano allo svolgimento dei numerosi compiti assegnati.
Un momento lieto era quello del Catechismo: dopo “le cose di Dio” tutti in oratorio (allora c’erano) a scatenarsi giocando a calcio o a pallacanestro, sotto l’attento e vigile occhio del Parroco pronto a intervenire per ogni e qualsiasi evenienza.
Naturalmente, per gli scolari volenterosi il tempo per giocare era scarsissimo, tuttavia ci sarebbe stato un recupero durante l’estate, dopo l’avvenuta, saudata e meritrata promozione alla classe successiva.

I giochi
I ragazzi di ieri giocavano prevalentemente per strada; le strade erano molto più sicure di oggi, il traffico era scarsissimo e si poteva disporre di ampi spazi all’aperto.
Si giocava a pallone, a nascondino, a cane e ferro, a mosca cieca, a “un due tre stella”, a palla prigioniera e ai diffusissimi Amè-Salam e Fuci - fuci Manuè.
I giocattoli, spesso costruiti in proprio, consistevano in: fionde, cerbottane, freccette, aquiloni e monopattini.
Per le bambine c’erano le bambole, le culle in miniatura, gli strumenti musicali, tralvolta le marionette e l’immancabile libro “Piccole Donne”.
Specialmente l’estate, il tempo correva veloce, difficilmente i ragazzi sostavano in casa... qualche breve occhiata della mamma dal balcone, un rimprovero volante, più preventivo che punitivo, poi, poi... finalmente a casa, stanchi morti, solo per mangiare e dormire.
La notte sarebbe trascorsa veloce, “domani” si era pronti per ricominciare.

I mezzi di trasporto
Gli autobus si contavano sulle dita di una mano sola.
Poche automobili per i più abbienti; i contadini avevano il biroccio o il traino, “lu travinu”, trainati dal cavallo; i carichi meno pesanti si trasportavano con la “travinella”, carretto a due ruote spinto a forza di braccia.
Tuttavia, la maggior parte della gente si spostava a piedi sottoponendosi spesso a lunghe percorrenze.

I Proverbi
Venivano pronunciati sempre a proposito, se ne faceva un uso indiscriminato consci che “i proverbi sono la saggezza dei popoli”.
Ce n’era sempre uno collegato con una circostanza:
La femmina si canosci alla lengua e lu bovi alli corni;
L’amori no si ccatta allu marcatu;
La campagna ti stampagna;
Ronca ti Brindisi e zappa ti Misciagni;
Ci vuè viti lu riccu ‘mpuviriri, manda la genti fori e non ci sciri;
La furtuna cu ti vascia, ca lu sapiri picca ti giova;
A casa brusciata mittinci fuecu;
Lu sparagnu è mienzu guadagnu;
La vintura e la svintura no sempri dura;
Lu pacciu mena e lu saputu cogghi;
A casa ti latri non ci sciri a rubbari;
Quandu ti truevi allu ballu, bisogna cu balli;
A ci è prima macina;
Batti lu fierru quandu è cautu;
Ci fabbrica e sfabbrica non perdi mai tiempu;
Sott’all’acqua fami, sott’alla nevi pani;
Fatia e fatia e la sera pani e cipodda;
E’ megghiu malatu ca muertu;
Alli matrimoni e alli muerti si canoscunu li parienti;
Pisa giustu e vindi caru;
Lu saccu taccatu, no si sapi cce porta;
Addò no ssi chiamatu, comu ciucciu si trattatu;
Avuta la grazia, iabbatu lu Santu;
L’omu no si misura a parmi;
Cani ca bbaia no mozzica;
Puru lu previti sbaglia sobbra a l’artari;
Picca mangiari e picca parlari, no faci mai mali;
A buenu cavaddu no manca sella;
Lu bovi teni la lengua e no po parlari;
Foi la riggina ed ebbi bisuegnu ti la vicina;
Cu lu picca si campa, cu lu nienti si mori;
Amici e cumpari si parla chiari;
Si canosci prima nu busciardu di nu zueppu;
Lu difficili non eti cu cati a mari, ma cu ti ‘ndissi;
Ci paia annati è mali sirvutu;
A ci no voli, li uecchi di fori.

RICAPITOLANDO. . . in rima
Ricapitolando, proponiamo qui di seguito la poesia dialettale <<‘NCERA NA VOTA......BRINDISI>> composta dall’avvocato Ennio Masiello, valente e poliedrico professionista, brindisino appassionato, eccellente poeta vernacolo.
La magistrale poesia, in otto quartine, mette mirabilmente in evidenza, in versi, tutto quanto fin qui è stato scritto e trattato:

Ncera na vota. . . nc’era nu paisi
ma nu paisi fattu pi vìteri,
na chicchira, nu culu ti bicchieri,
pizzenti sì, ca no tinia turnisi,

però tinia nu mari ‘mprufumatu
ca ti ‘ndurava t’alica e di scuegghiu
e nu cielu ti stelli ‘mbrillantatu
ca no nci ndè allu mundu n’atru megghiu.

Allu Casali tuttu nu sciardinu
t’arvuli vierdi e fiuri colorati,
cu tre quattru casoddi e nu villunu
a mienzu comu pecuri spatriati.

Vita senza pinzieri, scuscitata,
pircè ndi cuntintammu ti lu nienti:
la giacca ‘rrivutata ti lu tata,
Sant’Antueni e la focra ti sarmienti,

la Mellonata a Santa Pulinari,
pettuli, purcidduzzi, ‘ncacciddati;
la vindegna ‘ndurava pi li strati
e Sanghiatoru nuestru scìa pi mari.

Genti senza malizia, alla ‘bbunata:
Rutu Rutu, Pea Pea, Trapulanella,
la Cicurara cu la rumanella,
Roccu Piccioni cu la cremolata,

carosi ca tuzzàunu cu li nuci,
vecchi allu friscu cu li siggiteddi,
vagnuni ca sciucaunu a “fuci fuci
manueli” e ti pariunu rundineddi.

Ddi tiempi comu parunu luntani,
lu cori mia nci penza e si ‘rrivota:
atru mundu, atra vita, atri cristiani.
Brindisi no nc’ è cchiù !. . . Nc’era na vota.

                                                                       Ennio Masiello


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